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BEPI MISSAGLIA

In appendice due sue poesie e la sua storia di Arlesega.

Nato il 14 luglio1900 ad Arlesega ed ivi battezzato. Residente a Padova dal 1911, ci abbandonò alla nostra restante esistenza terrena il 18 maggio 1972. Sono sue pubblicazioni: “Storia d’Arlesega”, “Da un’ombra a l’altra” (Stediv Padova), “Spirito desbotilià” (Editrice il Gerione), “Poesie” (Edizioni Erredicì – Padova). Collaboratore del “Strologo”.

PRESENTAZIONE A “Poesie”

Fu un uomo onesto, ingenuo; poeta vernacolo sincero che sapeva suscitare forti emozioni, scendendo la sua poesia impetuosamente e direttamente al cuore.

Conseguì da sé una vasta cultura con accanita ed ammirevole costanza. Era permeato di una altissima forza spirituale che sapeva diffondere nel suo pensiero, nei suoi motivi di vita vissuta giorno per giorno, non per sé ma per il prossimo.

La poesia di Missaglia nasce con un racconto che coglie le espressioni dell’uomo, il paesaggio in cui vive, immettendoli nel vasto ciclo della vita.

La tematica dimostra uno stretto legame con la musica e la pittura, essendo l’autore, pervaso da un alto senso espressionistico che trova il suo archetipo spirituale in “SPIRITO DESBOTILIA’” pubblicato a memoria di sé.

Bepi Missaglia fu poeta mite, cantore lirico; nella sua poesia vive semplice, modesto, democratico: la sua forza creativa sgorga dalla sua sensibilità morale, dalla umana conoscenza, dalla intensa esperienza sociale.

Ora ci manca il perpetuo soccorso della sua vitalità, del suo sorriso infantile, della sua piena allegrezza, della sua leale amicizia, del suo entusiasmo di vivere, della sua nobiltà di artista per donare gioia e letizia.

Questa piacevole sintesi della sua produzione letteraria testimonia l’alta personalità poetica di Bepi Missaglia.

Presentazione a “Spirito desbotilià”

            Bepi Missaglia: quarant’anni di amicizia con la poesia vernacola. Una vita spesa tra la famiglia, gli amici e quell’osservatorio delle vicende umane che è il banco di un esercizio pubblico. Da questi tre filoni scaturisce la vena “padovana” di Bepi Missaglia, dispensatore garbato e divertente dei suoi “versi divini e vini diversi”, offerti come frutto gentile e bonario di questa terra veneta, inesauribile nel dare spunti e squarci di arcaica sapienza e di popolare saggezza.

            A contatto con la famiglia, Bepi ha avvertito i lati teneri e affettuosi della condizione umana, le gioie e i dolori di una vita che va sempre affrontata con coraggio e con un sorriso di indulgenza, anche quando le lacrime prorompono di sotto le ciglia; a contatto con gli amici e con il pubblico (e la sua figura troneggia dall’alto del suo banco di mescita come quella di un nostromo ritto sulla tolda della nave), Bepi ha imparato il motteggiare arguto, il saper cogliere con sapida ironia i lati comici dell’umano vivere, ha imparato a descrivere fatti curiosi e personaggi non comuni. La sua è una poesia quindi di costume con una vena moraleggiante che affiora nella parte finale e i temi sono quelli comuni che ogni uomo si porta nel cuore.

            E qui verrebbe da ricordare la solida amicizia di Bepi con Angelo Berlese, poeta padovano indimenticato, al cui contatto mosse i primi passi nel campo poetico, avendone incoraggiamenti e consigli. E in quegli anni ormai così lontani, i primi incontri con i poeti veneti, le prime uscite nelle riunioni regionali, con colleghi illustri, tra i quali spiccava Berto Barbacani. E con il tempo (immancabile maestro di esperienza) Bepi si avviava ad una maturità gentile che faceva convogliare nel suo esercizio artisti di ogni genere, spiriti bizzarri e arguti da tutta Italia. Nasceva così nel locale di via Gorizia quel “Cenacolo degli artisti” in cui trovavano ospitalità non solo i pittori, ma anche scrittori, giornalisti e attori drammatici, quando il vicino teatro Garibaldi viveva le sue felici stagioni e Gandusio e la Galli (per citare alcuni nomi) al termine della rappresentazione, riparavano al “Cenacolo” di Bepi, sempre pronto nel verso appropriato e nella battuta arguta. E dal “Cenacolo” si è passati poi, in un continuo fedele legame con il mondo artistico, a quella ormai famosa “Tavernetta dei Poeti” di via Santa Lucia, che fa a cavallo delle due guerre e per buona parte del dopoguerra, immancabile ritrovo anche per artisti di passaggio per Padova. Ma era per i poeti, in lingua e in dialetto, che Bepi aveva una predilezione amorevole e profonda: non ci fu poeta vernacolo delle Tre Venezie che non conobbe quel locale: lo frequentò pure l’allora Magnifico Rettore dell’Università Egidio Meneghetti il quale, nella veste di semplice e umile poeta veronese, declamò in una indimenticabile serata la sua bellissima poesia alla mamma (e il famoso docente ebbe a dire una volta a Bepi: “Me mama da bocia me diseva de non far versi bruti, e adesso che son diventà grande i versi bruti continuo a farli ancora”).

            E poi gli anni di ritiro dal lavoro attivo, gli anni della sofferenza e della riflessione: un periodo in cui Bepi Missaglia ha ritrovato in una serenità stoica i risvolti più significativi e più veri della vita che è dono di Dio e quindi sempre accettabile. Ne rispunta un Bepi antica maniera: arguto, brioso, ironico, buontempone e facile alla commozione, amico dei buoni e anche dei meno buoni che, satireggiando, vorrebbe vedere migliori. E la sua Musa non cessa sulla scia della esuberante vena giovanile.

            In questa raccolta “Spirito desbotilià” (Spirito liberato - superalcolico versato), quindi, c’è tutto Bepi Missaglia poeta vernacolo, col suo mondo fatto di arguzia e sorriso. E titolo più indovinato non si sarebbe potuto scegliere: gioca sul doppio senso, come spesso avviene nella poesia dialettale e si accoppia felicemente al famoso motto anonimo, riesumato da Bepi, “Anche l’ombra (ombra - bicchiere di vino) è luce”, che è la più bella trasposizione in lingua del latino “In vino veritas”. Si, l’ombra padovana, cioè il bicchiere, dando l’euforia non può generare altro che la sincerità. E la sincerità è luce, cioè negazione della tenebre.

                                                                                                                      Gigi Montobbio

“STORIA DE ARLESEGA”

POESIA IN VERNACOLO

DE

BEPI MISSAGLIA

                                                                                     Con anima di buon parrocchiano dedico la

                                                         “STORIA DE ARLESEGA”

                                                                                     al    novello    Sacerdote    Don    Giovanni

                                                                                     Brusamarello   che    per   volontà   di   Dio

                                                                                     Celebra  la  sua  prima  Messa  l’ 8  giugno

                                                                                     1944  nel  caro  paese  che  mi  diè  i  natali.

                                                                                                                           BEPI   MISSAGLIA

                                                                                     Arlesega, maggio di guerra 1944

STORIA  DE  ARLESEGA

Tra Padova e Vicensa, su la strada,

          ciamà Mestrina, su un fianco implatanà,

          coi paracari bianchi e asfaltada,

          ghe xe el paese che m’ha batezà.

          Par questo, modestissimo me meto

          farghe la storia  co’ ‘sto poemeto.

Arlesica, o Arlesega el gà nome,

          che dal latin “Ad Fines”, voria dire,

          parchè tirando ben tute le some,

          la strada de Vicensa fa finire,

          incominciando quela Padovana,

          che porta a Roma par la Val Padana.

La storia dixe, che un vecio castelo,

          dai grossi muri, fato nel ‘200,

          tegnesse bota a qualche menevelo,

          longo de ongia e de temperamento,

          e che co’ qualche piera o alabardada,

          i ghe facesse in pressa cambiar strada.

Conte Schinela, da Padova el paron,

          gavea sposà Agnese Maltraversi,

          e questa, come dote in donassion,

          gà dà el castelo sensa tanti schersi,

          tanto parchè sta cubia maridà,

          drento sul covo no’ fusse disturbà.

Verso il 1239,

          Federico II Imperatore

          Gà incontrà Ezelin: vegnì da dove,

          co’ sta marmaia che a drio ve core?

          Dixe Ezelin: a vegno far do passi,

          e se me ocore anca dei salassi.

Difati dopo apena quindes’ani,

          el barbaro Ezelin tornà in paese

          sensa aver pietà dei pori cani,

          el gà copà fassensose le spese,

          brusando tese, vile, stale e case,

          e distrusendo la serena paxe.

Arx Lexica ciamà gera el castelo,

          co’ tore alte fate a merladure,

          co’ ogni tanto un buso a finestrelo,

          co’ l bausete de le armadure,

          e i castelani de spadoni armai,

          pronti par far saladi ben insacai.

El Papa gà mandà i Crocessegnai,

          guidai da Fra Giovanni nato a Schio,

          contro sto assassin e i so soldai,

          veri castighi mandà zò da Dio,

          a darghe l’oio santo da saiare,

          Difati i xe corsi fin a Longare.

Ma se capise che sto paesetto,

          gavea ormai l’odor da brustolin,

          parchè nò apena mezo secoleto,

          Can dela Scala gà vudo el morbin,

          “co’ l stomego ch’ el gheva pien de gnochi”

          De darghe fogo e meterlo xo in tochi.

Francesco da Carara Padovan

          Invesse nel 387,

          viajava su Vicensa, poro can,

          con l’intension de farla tuta a fete,

          invesse co’ Arlesega el xe stà,

          el gà sentio ‘sta magra novità.

Che ‘sta çità la se gaveva resa,

          a Gian Galeazzo nato dei Visconti,

          de conseguensa no’ valea la spesa,

          d’andare fin a Vicensa fare i conti,

          ma ‘l gà credesto meio “in fede sua”

          de farse in ostaria na’ gran bevua.

E dopo nel 388

          La roca Arlesegana la tien bota,

          par quanto i fassa fogo sora e soto,

          i difensor no’ i sente che la scota,

          mo forti e duri come dei giganti,

          a morte i ga sidià i assedianti.

Un altro Checco III da Carara,

          parente se capisse del secondo

          che co’ Vicensa ghea la boca amara,

          a ‘na question, le ‘ndà finire in fondo.

          Cossì le sorti se ga ben decise,

          sbregandose de fero le camise.

Dopo diverse ore de bordelo,

          tra sighi e bastonà, prima de sera,

          i Padovani, tolto dal castelo,

          gavea dei Vicentini la bandiera,

          che in mezo la gavea co’ tanto lusso,

          ‘na testa ricamada de un bel musso.

Imaginarse alora che gran festa,

          che ga d’avere fato i Padovani,

          La storia dixe che ‘sta pora testa,

          xe sta picà tra canti e battimani,

          e che par çirca un mese “se no falo”,

          i xe sta tuti quanti in bala e balo.

E dopo ‘vanti ancora, quà no basta.

          Nel 513 un da Carara,

          che ben no’ se capisse da che casta

          sia vegnù fora, no’ essendo ciara,

          Dal Visentin el se cala, e fiol d’un can,

          de Arlesega el te fa un sancassan.

Un çerto capitano Malatesta,

          “che a quel che i dixe el gera un galantomo”,

          volendoghe taiare un fià de gresta

          a un galo, che no gera un gentiluomo;

          el xe vegnudo co’ altri do mile,

          a custodir le case, campi, e vile.

Ma un giorno el ga incontrà do compagnie,

          de armà Spagnoli che robava tuto,

          e dopo aver sarà tute le vie,

          de sti briganti el ghe n’ ha fato struto.

          La storia anca qua la dixe; pochi

          Se ga salvà dal’essar fati a tochi.

I abitanti torno al 700

          I gera 400 su par zò

          che xe aumentà par farghene 600,

          nel setesento e setantadò.

          Un numaro vardando picoleto,

          ma su quei ani i ‘ndava via dasieto.

LE  CIESE

La Ciesa ga la fondamenta antica,

          el resto xe del 1500.

          De ornamenti e afreschi gera rica,

          considerà dal clero un monumento;

          Ma nel restaurarla fin d’alora,

          ‘ste opare xe ‘ndà tute in malora.

In st’epoca funseva da Curato

          Don Giacomo Sartori nato a Galio,

          da tuti rispetà e bene amato

          che gà curà el colera “se no sbalio”

          drento a la roca parchè i castellani,

          moriva come more tanti cani.

E po’ par darghe dignità e decoro,

          a la so amata e tanto cara Ciesa,

          el ghe ga fato fare un novo coro

          pagandose l’importo dela spesa.

          Morendo ‘sto sant’omo bon e pio,

          tuto el paese lo gà benedio.

Nel 1568

          ‘sta Ciesa che la gera Parochiale,

          la gà dovesto unirse, e passar soto

          a quela de Lissaro Arçipretale,

          no’ sensa darghe, e dirlo no’ ocore,

          ai boni Arlesegani, gran dolore.

Rezzonico el doto Cardinale;

          nel setesento e quarantasie,

          in forma maestosa e pastorale,

          in te ‘sta Ciesa el ga messo i piè,

          fermandose dormire fin matina

          in casa Boromeo, da Cristina.

La picola Cieseta che xe al Soco,

          de ‘sta parochia pure la fa parte,

          e anca qua la storia dixe, poco

          xe conservà de quela antica arte,

          sicuro che co’ i secoli passai

          afreschi e quadri xe ‘ndà rovinai.

Nel secolo 200, a la metà

          Ghe gera un’ospeal tacà la Ciesa,

          e i Frati de Montarton, i ga comprà

          anca el teren sintà tuto de siesa.

          A confermare tale cambiamento

          Del Papa esiste ancora un documento.

E nel 610, drio la strada,

          ghe gera un’altra picola Cieseta,

          ciamà del S. Gotardo. Su la fassada,

          un’iscrission in latin un fià longheta,

          ricordo bon fasea de un Mauroceno,

          prefeto, difensor, omo de seno.

Un bel palasso che gà qualche afresco,

          tuto cintà de mura, e sircondà

          dà secolari albari pa ‘l fresco,

          dal Doxe Contarin xe stà abità.

          E dopo i Conti Roner, e Mataroi

          gà generà fameie, spose e fioi.

Saltando qualche secolo de storia,

          co’ qualche raro fato e documento

          che in fondo no gà vudo tanta gloria,

          rivemo al’albezar del 900.

          Un’epoca che merita çità

          Par de la zente, de bona volontà

El Paroco atuale che gavemo,

          xe vegnù qua nel 902,

          e çirca in quarant’ani se volemo,

          ‘sto paeseto no’ l’è ‘ndà più zò.

          Anzi, co’ la bontà e co’ l lavoro,

          el ghe gà da più nome e più decoro.

Ghe xe de quei che serto se ricorda,

          quando ch’el campanil gera un pastrocio,

          che i sonava squasi sensa corda,

          parchè bastava tore in man el batocio,

          co’ la disperassion del campanaro

          che ghe pareva entrare s’un ponaro.

Don Bernardini co’ i so pensiereti

Par far la dote al novo campanile,

ciamà quel’omo ilustre de Sacheti,

e fata qualche carta su da mile,

co ‘la speransa fata realtà,

le campane a distansa gà sonà.

E po la Ciesa impituria de novo,

co’ l’organo cambià tuto de un toco,

‘na sala co’ l teatro, par ritrovo,

spendendo co’ giudissio a poco a poco,

metendo in condission i parochiani

de augurar ch’el mora . . . tra sent’ani.

Come va ricordà co’ gran pensiero

Tante fameie care Arlesegane

Dal core bon e l’animo sincero,

che gà risposto al son de le campane,

portando dove xe cascà el dolore,

socorsi, aiuti con devoto amore.

TOLA  POARETA

Un fogolaro

do cavedoni,

una graela,

do scopetoni.

Quatro fetele

de poentina,

‘na verza consa

drento in terina.

Un bocaleto

de vin nostran

che ben consola

ogni cristian.

Do tre careghe,

un caregoto

co’l previdente

buso par soto.

Una cradensa

un armaron,

e ‘na Madona

tacà in canton.

Do piati fondi

do sposi biondi,

un caro fiolo

co’l bavarolo.

Xe tuto quelo

che lori gà,

…ma tanta, tanta

felicità.

«ARLESEGA»   El paese dove so’ nato

Picolo paese benedeto,

 dove te ghe sentio el primo canto

              da quando giera ancora picoleto

              e dove rincurà te ghe el me pianto

              sora la tomba cara del papà

              che ancora mi no’ go desmentegà.

Te dedico par ti ben volentiera

              ‘sto picolo ricordo in poesia,

              parchè te giuro che matina e sera

              corre da ti la pora fantasia

              drento le amighe e vecie bone case

              a snasarghe l’odor de tanta pase.

Ancora vedo austera la ceseta

              che a fianco ghe fa guardia el campanile,

              e vedo la me nona benedeta

              e i paesani in numero de mile,

              trovarse in bona siera e confusion,

              sia par la messa sia par le funsion.

Vedo le feste in Pasqua e de Nadale,

              dove le spose tuto le lustrava,

              e po’ co’ volto santo ed augurale

              la xente che comossa se basava,

              e vedo più che tuto la caseta,

              dove me mama gheva la cuneta.

‘Na cuna santa tanto generosa

              che drento gà tegnuo tanti toseti,

              che tuti ga lassa acqua de rosa,

              sognando dei celesti angioleti,

              che ancora dindolà da la me mama

              la par che ancora fassa nina nana.

Santi ricordi no’ me sbandoneme,

              steme vissin parchè me fe corajo,

              come fa el me putin acaresseme,

              fin quando gò finio de far ’sto viajo.

              Solo cussi, calando la me sera

              lassarò el mondo tanto volentiera.

                                                 Giugno 1942

                                               Bepi Missaglia

 
Bepi Missaglia