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DISCORSO DELLA VITTORIA (Giochi senza quartiere Contrà del Soco 1990) Sua Pazienza (don Mariano), civiche rappresentanze, glorioso manipolo di eroi. Eran già l’ore del tramonto e volgeano alla notte, quando d’un tratto luci (i fuochi della salsicciata) divamparono e splendori, e Arlesega tutta, precipite ai suoi LungoCeresone, una parola vi intese, ed un’altra, che s’inseguivan rapide, festanti a dire un incalzar di fasti, un rincorrersi di avvenimenti, una vertigine di conquista, una ridda di vittorie, un fantastico fulgoreggiar di glorie …. E deboli e smarrite tosto parvero le voci della terra, che impari si compresero a cantar l’inno ed il tripudio e tanta gioia, e le campane s’invocarono che tutte rispondessero e giulive in alte ed impazienti note, dalle umili nicchie e potenti di note maestose, dalla torre di Giordano Sacchetti, e la città e il cielo avvolgessero in un’armonia che quanti avessero inteso scordato non avessero mai. Ed il nostro manipolo s’avanza, che nessuna diga frena ed arresta, e tutto travolge più rapido e potente dei flutti del mare; e su ogni giuoco è un inseguire, un vincere, che parrà lirica di sogni e fantasia ai posteri, e che noi vivemmo realtà. Questi i fatti nei quali cieco chi non vede il lampeggiar di Dio. Troppo fiele contrà Angelo Azzurro avea sparso, troppe madri fatte piangere; e tante lacrime brune e roventi di tanto fiele il trono le consunsero e la corona, e da Dio pesate, le bilance, inesorabili, gli traboccarono il 30 di settembre il dì postero di S. Michele. Tante madri avean pianto; e nel silenzio della pianura arlesegana, ove l’insulto mute persin le mille canne sparse di sacro piombo avea fatte vedovandone di lor concerto, inconsolabile e più forte echeggiava il loro grido, che salì e s’intese; e Dio s’alzò e disse: Basta! Poco sarebbe, o Signore, aver noi vinto ai giochi se domani, di Te immemori, noi, obliassimo i tuoi altari; gli altari, che, inondati dal pianto, conobbero le angustie nostre di vinti. Che tardi, in anni lontani si partan dalla contrà del Soco scettro e corona, e del laurato scettro il tempestar, al vincitor futuro, arrubinato il loco ove giammai lo sole aggiorna, radente il volo, non alata vittoria pur conceda. Dal trono, no, contrà del Soco di tempeste non intenda mai più il rombo, cupo, e veda invece anni lunghi sorridergli in pace e tranquillo possesso della vittoria. |
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| Discorso Della Vittoria | ||||