Formaz. cristiana

 

 

Presentiamo di seguito un piccolo percorso offerto particolarmente ai geneitori per aiutarli nell'accompagnare i figli a celebrare la messa che può tornare utile nel percorso di avvicinamento alla messa di Prima Comunione.

PROEMIO

Le promesse di Gesų: il banchetto eterno in cielo

La Chiesa continua a vivere il momento della "cena"

L'Eucaristia: un gesto attuale di Gesų con i suoi - I protagonisti

La Messa: L'offerta di noi stessi

La Messa: la consacrazione = "il memoriale"

La Messa: Gesų č il pane = quel pane č Gesų

La Messa: le conseguenze


PROEMIO

 

Dal libro dell'Esodo, capitolo 12

 

29 A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d'Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame. 30 Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c'era casa dove non ci fosse un morto!

31 Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: «Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate a servire il Signore come avete detto. 32 Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!». 33 Gli Egiziani fecero pressione sul popolo, affrettandosi a mandarli via dal paese, perché dicevano: «Stiamo per morire tutti!». 34 Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata, recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli.

35 Gli Israeliti eseguirono l'ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d'argento e d'oro e vesti. 36 Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani.

37 Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. 38 Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero. 39 Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall'Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati dall'Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio.

40 Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentotrent'anni. 41 Al termine dei quattrocentotrent'anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d'Egitto. 42 Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d'Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.

 

Per noi.

L'eucaristia affonda le sue radici in un'esperienza antica: quella della liberazione del popolo di Israele, dall'Egitto. È lì che nasce il simbolo delle focacce azzime, che diventa "il pane della liberazione", il ricordo perenne di un cammino di liberazione dalla tirannia del Faraone d'Egitto.

Questo simbolo diventerà ben presto centrale, insieme a quello dell'agnello immolato nel tempio, nella grande Festa di Pasqua, la festa appunto nella quale gli Ebrei ricordavano la fuga dall'Egitto e il passaggio del Mar Rosso.

Anche Gesù celebrava annualmente, da buon ebreo, la festa di Pasqua, lo faceva normalmente alla sera del venerdì santo, salvo l'ultima volta, quando anticipa di un giorno la celebrazione e ne cambia i contenuti.

Anche in quella cena così nuova, Gesù, comunque, ha in mente alcuni significati che il simbolo del pane aveva acquisito nel corso dei secoli per il popolo di Israele. Quel pane è "il pane della libertà", è "il segno della fedeltà di Dio". Mangiarlo in un gesto rituale com'è la notte di pasqua equivale a rinnovare la certezza e la consapevolezza che si è liberi da ogni forma di schiavitù per merito di Dio.

Altro simbolo di libertà, di dignità e di gioia immensa è il vino: bevanda di chi può permettersela, bevanda che dà allegria.

I segni del pane e del vino, nella festa ebraica della pasqua, si associavano (e lo fanno tuttora) con un altro segno: quello dell'agnello. Immolato alle tre del pomeriggio del venerdì santo (guarda caso l'ora esatta in cui è morto Gesù sulla croce. che sia proprio un caso?) l'agnello è il segno del sacrificio che è costato per essere liberi. Ricorda la notte in cui Dio ha sterminato i primogeniti d'Egitto mentre ha salvato quelli ebrei riconoscendo le case in cui erano dal sangue dell'agnello (con cui avevano asperso gli stipiti delle porte). È un agnello che si mangia senza spezzare le ossa, ma solo disarticolando le giunture (come Gesù, cui non furono spezzate le gambe sulla croce.).

Quando Gesù celebra la sua ultima pasqua ha in mente tutto questo, è parte del suo patrimonio culturale. Eppure quella sera Gesù fa una cosa assolutamente nuova: riepiloga attorno a sé tutto il senso della festa spiritualizzando il senso della liberazione (siamo liberati dal peccato, e non solo dall'Egitto) e raggruppando i simboli attorno al pane e al vino, facendo scomparire l'agnello, che non viene più offerto al tempio in quanto l'unico vero Agnello adatto a liberare dal peccato, l'unica offerta definitiva e sufficiente, è quella che fa lui quella sera nelle intenzioni, e il giorno dopo nella realtà cruenta della croce.

Con questo bagaglio iniziale cominciamo a riflettere con i nostri bambini attorno alla cena di Gesù, e quindi attorno alla Messa che di quella cena è la conseguenza e la riattualizzazione.

 

Le promesse di Gesù: il banchetto eterno in cielo

 

Testi di riferimento
dal Vangelo di Matteo, capitolo 22

Prabola del banchetto nuziale

1 Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.

7 Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, 12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

Per noi.

Quando i discepoli ricordano l'ultima cena che Gesù ha fatto con loro, hanno ormai davanti agli occhi tutta la vita di Gesù, i suoi gesti (per esempio il suo partecipare volentieri ai pasti in casa di chi lo invitava) e le sue parole. Fra le tante ci sono anche alcune parabole che probabilmente Gesù ha raccontato piuttosto spesso e che hanno a che fare con i banchetti. Una di queste è la parabola del banchetto di nozze del figlio del Re.

Al di là dei dettagli il racconto è una finestra aperta sulla speranza cristiana. Tutto il lavoro di Gesù infatti è un preparare una comunità che diventi la "famiglia dei figli di Dio che festeggia le nozze del Figlio di Dio (Gesù) con l'umanità (che poi siamo ancora noi)". Potremmo dire che tutto il cristianesimo si configura come una grande festa: quella delle nozze del Figlio di Dio con l'umanità. È a partire dall'atteggiamento di cui parlavamo nel primo incontro che si può capire questo discorso. Gesù "è" il gesto unilaterale con cui Dio dichiara il suo amore fedele per l'umanità, e da parte sua si dona come sposo. La predicazione di Gesù è l'invito alle nozze, cioè ad un nuovo rapporto con Dio di tipo "nuziale". A quelle nozze i primi invitati erano gli ebrei, ma questi (o meglio: i loro capi) hanno rifiutato di accettare il modo che aveva Gesù di intendere il rapporto con Dio, hanno rifiutato di impostarlo come un rapporto d'amore coniugale. Se vogliamo: si sono rifiutati di lasciarsi amare gratis, "di lasciarsi lavare i piedi", per dirla con il linguaggio dell'incontro scorso (è quanto dire che hanno preferito mantenere un altro tipo di rapporto con Dio: quello da "alleati" che devono - e quindi anche ritengono di poter - guadagnare per loro merito l'intimità, l'amicizia con Dio). Questo rifiuto non cambia però la sostanza delle cose: Dio ha deciso di amare e di "unirsi in matrimonio" con l'umanità, e il segno di ciò è la comunità dei discepoli di Gesù: la Chiesa che si raduna attorno al Figlio, il nucleo iniziale di quell'umanità che accetta l'invito di Dio.

Non è un caso che il segno, il motivo del radunarsi della Comunità Cristiana sia un banchetto: gesto che ricorda quella cena di Gesù con i suoi discepoli la sera del Giovedì santo e che lascia presagire dalla sfumatura dei suoi contorni un banchetto indicibile, un banchetto di cui ci sfuggono i confini, di cui possiamo parlare solo per immagini.

Il tono drammatico con cui è rivestito il racconto delle nozze non deve farci pensare ad un Dio che distruggerà l'umanità, ma qui sarebbe un po' troppo lungo affrontare questa questione. Resta importante considerare l'invito che, dopo il rifiuto degli invitati originari, viene esteso a tutti i poveri della zona, coloro che non avevano nessun merito, nessun diritto da accampare per entrare nella reggia e mangiare il banchetto del Re. È l'intuizione di Gesù che vede rifiutata dai capi ebrei la sua proposta di un Dio "sposo" e quindi la allarga a tutta l'umanità, ai popoli che erano disprezzati dagli Ebrei come popoli inferiori, impuri.

Dietro a questo allargamento dell'invito c'è la Buona Notizia, il Vangelo della gratuità del dono di Dio. Gesù può permettersi di allargare l'invito a partecipare del Regno di Dio a tutti i popoli perché è consapevole che in ogni caso quel dono è gratuito e unilaterale da parte di Dio, non si fonda sui meriti degli uomini. Gli uomini devono solo avere l'abito nuziale dell'umiltà e della fiducia in quel Re (Dio) che li invita alle nozze, senza la paura di dover pagare un prezzo. Mi piace vedere in quell'invitato che viene cacciato fuori il segno di quei "credenti apparenti" che, pur provenendo da popoli che non potevano vantarsi di nulla di fronte a Dio presumono di essere "giusti", di essere invitati alle nozze ma non hanno sentito il bisogno di cambiare il loro cuore (nel segno dell'abito nuziale) per renderlo capace di accogliere con umiltà e gratuità da Dio il dono della sua amicizia (che noi siamo soliti chiamare "salvezza").

 

Per i bambini

•  Si potrebbe leggere la parabola cercando di spiegare come, quando siamo invitati alle nozze di qualcuno, non andiamo mai a mani vuote, dobbiamo sempre portare qualcosa. Nella parabola il Re (e quindi nella realtà Dio.) non vuole nulla dai suoi invitati, a loro basta che ci siano, che partecipino a questa festa con la gioia nel cuore, che si lascino invitare e "rimpinzare" da lui gratuitamente.

•  L'obiettivo sta nel cercare di trasmettere una visione di Dio gratuita, non un Dio che vuole patti in cui l'uomo "ottiene se.", ma un Dio che dona tutto di sé, e tutto sé stesso per amore gratuito e unilaterale.

•  Se potesse sembrare che questa visione di Dio toglie all'uomo la responsabilità di dover fare qualcosa di buono (ad esempio l'osservare i comandamenti) si può far notare al bambino che le esigenze che nascono dall'amore sono più grandi di quelle che nascono da un patto bilaterale fondato sul timore, sulla paura, sul castigo. Per amore (se ami) sei spinto (e chiamato) a dare tutto te stesso a chi ti ha dato tutto sé stesso, e la prima cosa da dare è "la fiducia", la riconoscenza per tutto ciò che hai ricevuto.

•  Si potrebbe aiutare a pensare la vita eterna come un banchetto, come una festa che non finisce mai, dove ci si diverte sempre perché si è insieme alla gente giusta e soprattutto si è in armonia col Padrone di Casa.

•  Si potrebbe fare il passaggio verso la Messa: un momento dove noi ricordiamo che la Vita eterna sarà un banchetto e lo anticipiamo per gustarne già qui la gioia e mantenerne vivo il desiderio.

 

 

 

La Chiesa continua a vivere il momento della "cena"

 

Testi di riferimento
Dal Vangelo di Luca, capitolo 24

  I discepoli di Emmaus

 

13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro . 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto».

25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui . 28 Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro . 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

Per noi.

Il racconto dei discepoli di Emmaus è uno dei tanti racconti di apparizioni di Gesù Risorto. Quello che desta l'interesse è lo schema di questo racconto; infatti le fasi, le tappe di questo incontro di Gesù con Clèopa e il suo amico sembrano le tappe e le fasi in cui si snoda una celebrazione della Messa.

•  L'inizio è dato dal ritrovarsi di due persone che condividono la fede in Gesù. [ingresso in Chiesa]

•  Questi, nella loro solitudine, sono affiancati dal Signore che si fa loro compagno di viaggio nell'avventura della vita e spiega le scritture dando a tutte le cose un significato nuovo, che ruota attorno a Lui. [Liturgia della Parola]

•  Una volta che le menti dei due si sono aperte alla comprensione del Mistero di Gesù si può "spezzare il pane", ovvero entrare a pieno titolo in quel mistero d'amore che Gesù ha inaugurato (vedi secondo incontro). È lì che avviene il riconoscimento di Gesù, solo lì, nella festa dell'amore di Dio si riconosce pienamente Gesù come il Risorto capace di dare Vita a chi si affida a Lui: non lo si riconosce stando da soli, non lo si riconosce solo per una conoscenza intellettuale (che però non può mancare), lo si riconosce nell'assemblea dei fratelli che si nutrono assieme dell'amore di Dio nel segno del pane (e quindi nella speranza di quel banchetto eterno di cui si parlava nel secondo incontro). [Liturgia Eucaristica]

•  La conseguenza di questo riconoscimento è l'annuncio: quando i due hanno riconosciuto che Gesù è quello lì non hanno paura né stanchezza per partire e annunciare quello che hanno capito, visto e gustato nel momenti in cui Gesù ha spezzato il pane per loro. [L'invio: "andate in pace"]

 

Che già il Vangelo di Luca racconti l'apparizione così è il segno che, fin dall'inizio della vita della Chiesa, l'incontro con il Risorto era avvertito forte e vivo nella celebrazione della "frazione del pane" (così veniva chiamata la Messa all'inizio). È lì che il popolo di Dio andava a nutrire la sua fede e dalla "frazione del pane" usciva con l'incoraggiamento ad essere annunciatore di Gesù.

Il brano è l'espressione di una certezza: Gesù Risorto è presente nella Comunità Cristiana che si raduna per la "frazione del pane"; e non per modo di dire, Gesù è realmente presente lì: spiega Lui le scritture ed è ancora una volta Lui che dona il pane della vera libertà

 

Per i bambini

•  Si potrebbe leggere il racconto dei discepoli di Emmaus cercando di tastare il terreno e instillare nei bambini la fede nella Risurrezione dai morti da parte di Gesù. Gesù è risorto veramente, è vivo e la sua vita, pur nella sua assoluta originalità e unicità, è concreta, in qualche modo "fisica" (tanto è vero che "mangia", e il cibo scompare dentro di lui). La sua risurrezione è il fondamento della fede nella nostra risurrezione: anche noi risorgeremo nel nostro corpo (anche se non sappiamo come sarà fatto).

•  Si potrebbe cercare di far capire che la fede cristiana è una fede comunitaria: "il Signore lo si incontra insieme", e non è fede buona quella di chi crede di poter sostenersi stando da solo, isolandosi dal resto della comunità dei credenti in Gesù: la Chiesa, con tutti i suoi pregi e i suoi limiti.

•  Si potrebbe cercare di far capire il senso e il valore che hanno le singole parti della Messa, o perlomeno, sentire che consapevolezza hanno i bambini delle parti della Messa. Per il momento si potrebbe aiutarli a capire che ci sono due grandi parti fondamentali: LA LITURGIA DELLA PAROLA (il momento in cui Gesù spiega le scritture attraverso la figura del Presidente: il Prete o il Vescovo) e la LITURGIA EUCARISTICA (il momenti in cui Gesù spezza il pane, ovvero ci fa entrare nel clima e nella realtà profonda della sua ultima cena).

 

 

L'Eucaristia: un gesto attuale di Gesù con i suoi - I protagonisti

 

Per noi.

Nel momento in cui andiamo a messa è inevitabile che ci poniamo in "un certo modo", ci disponiamo con "un certo stato d'animo" e con "una certa consapevolezza". Il tutto dipende da cosa sappiamo, da come consideriamo la messa.

"Cos'è la messa?" È da questa domanda che nasce il mio modo di pormi di fronte e all'interno di essa.

Negli incontri passati abbiamo parlato della cena di Gesù, del suo retroterra (la cena ebraica in cui si ricordava la liberazione dall'Egitto), della sua ripetizione nel racconto dei discepoli di Emmaus.

Tutto questo fa parte del passato. Noi oggi abbiamo fra le mani questa cosa qui, la Messa, che inizia con un segno di croce, viene portata avanti dal nostro prete in un certo modo e con la cena di Gesù sembra aver poco a che fare.

Proviamo a dare un'occhiata alla messa a partire dai protagonisti. Chi è che interviene? Che ruolo ricopre?

 

Uno sguardo immediato alla celebrazione della Messa (o Eucaristia, che è lo stesso) ci mostra subito una disposizione delle persone in un certo modo: c'è "uno" vestito in modo diverso che sta in una sedia diversa (detta sede presidenziale). Lo chiamano "il prete". Chi è, e cosa fa all'interno dell'Eucaristia? Il termine prete (abbreviazione poco gradita nella sensibilità media fino a qualche anno fa del termine "presbitero" = "anziano") sta a definire quel rappresentante del Vescovo mandato in una Comunità Cristiana per riconoscerne l'autenticità e quindi per dichiararne valida la convocazione. È lui che presiede il ritrovarsi della Comunità Cristiana in mancanza del Vescovo.

È già importante aver chiamato "presbitero" colui che presiede, e non "sacerdote". La cosa che potrebbe sembrare solo frutto di un'abitudine nuova, (così come il chiamarlo sacerdote era l'abitudine vecchia) in realtà dice tutto un modo di intendere il suo ruolo proprio all'interno della celebrazione eucaristica. Quando si usava il termine sacerdote lo si faceva perché si voleva dire l'aspetto più importante della vita di quest'uomo, ovvero il fatto che lui era quello che esercitava il ministero sacerdotale per la Comunità Cristiana: "celebrava" la Messa, alla quale la gente "assisteva" (le parole sono importanti) . Era lui il solo detentore di questo potere: offrire il "Sacrificio" gradito a Dio.

Essere passati al termine "presbitero" dice una cosa diversa, dice il riconoscimento di un ruolo diverso, non nuovo, ma rinnovato dopo secoli nei quali il prete aveva accentrato su di sé il "ministero sacerdotale" che fin dalle origini della vita della Chiesa era di tutto il popolo di Dio.

Il prete ora non è più " colui che offre il sacrificio e distribuisce la comunione ", ma " colui che presiede in nome di Cristo una comunità che può offrire il sacrificio gradito a Dio e spezza il pane con il popolo di Dio ". Il prete è colui che tiene il posto di Gesù Risorto, simbolicamente "è Gesù" che convoca la Comunità Cristiana attorno all'altare dove si "rende presente" quel dono che Lui (il Signore Gesù) ha fatto di sé una volta per sempre nel Cenacolo, il Giovedì santo, prima della Sua passione. Inoltre il prete "è Gesù", quando nella celebrazione spiega il senso delle scritture ai Suoi (di Gesù) discepoli, li sostiene nella fede e li guida con la parola nella vita di ogni giorno.

 

Di fronte al Prete, nella celebrazione della Messa sta il popolo di Dio . Una volta era il destinatario di tutto e soggetto di niente all'interno della celebrazione eucaristica. La cosa non era strana all'interno di una visione in cui tutto ruotava attorno al "sacerdote". Ora invece la riflessione della Chiesa ha riscoperto nell'assemblea, nel popolo di Dio, il vero soggetto, il vero attore della celebrazione, colui che sta di fronte a Dio e gli offre il sacrificio eucaristico, ovvero il sacrificio della fede e della lode per i suoi doni, e ne riceve i benefici.

È evidente che quando il popolo di Dio è considerato in questo modo ne viene un modo diverso e più responsabile di stare nella celebrazione. Ora il "laico" (ovvero il membro del popolo di Dio) non "assiste" più ad una messa "detta" dal "sacerdote", ma "celebra" con tutto il cuore e in maniera consapevole (l'uso della lingua italiana invece di quella latina è il segno più evidente), sotto la presidenza di un "prete" un gesto che è "sacramento" (ovvero "anticipazione", "segno simbolico") del grande rapporto d'amore che c'è in Gesù Cristo fra Dio e l'uomo e della grande festa che si svolge in Dio, la festa di nozze del Cristo con l'umanità.

 

All'interno di questo gioco fondamentale di ruoli nell'eucaristia si snodano altri "ministeri", ruoli che sottolineano aspetti parziali di questa grande realtà che abbiamo cercato di descrivere.

Il   lettore è colui che presta la sua voce al Dio che parla al suo popolo,

il coro mette in luce e dà voce al popolo che loda il Signore e lo fa con l'arte e con il gusto del bello,

colui che legge le intenzioni delle preghiere dei fedeli dà voce al popolo di Dio che invoca il Signore per le sue necessità in nome dell'amore che sta celebrano e quindi vivendo e gustando.

 

Per i bambini:

•  Si potrebbe spiegare ai ragazzi il ruolo dei diversi soggetti della celebrazione partendo da diverse immagini: la prima potrebbe essere la piramide: una concezione della Chiesa che mette al vertice alcuni: i sacerdoti, ritenuti più vicini a Dio a motivo del loro compito di essere ministri delle cose sacre; e alla base i laici, più numerosi ma meno "pregiati". È la visione classica in cui sono cadute, da sempre, tutte le religioni.

•  La seconda immagine invece potrebbe essere quella della giostra: il prete è come il perno attorno al quale la comunità dei fedeli ruota e tenta di creare comunione, magari cercando un movimento che tende ad espandersi, per andare ad allargare il cerchio di chi partecipa alla festa di nozze del Figlio di Dio con l'umanità.

 

 

La Messa: L'offerta di noi stessi come Gesù nel segno del pane e del vino

Dalla Liturgia

«Benedetto sei tu Signore, Dio dell'universo dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino, frutto della terra, della vite e del lavoro dell'uomo. Li presentiamo a te perché diventino per noi cibo e bevanda di salvezza»

 

Per noi.

La sottolineatura che vogliamo dare in questi ultimi incontri di preparazione alla prima comunione è quella più specificatamente eucaristica. In altre parole vogliamo cercare di entrare nella seconda parte della messa, quella detta appunta "liturgia eucaristica", che si muove attorno al pane e al vino e che rappresenta il vertice della celebrazione della Comunità Cristiana. Trascuriamo in questo momento la prima parte, la Liturgia della Parola, in quanto è immediatamente comprensibile il suo senso e valore, anche se non sempre e del tutto la sua struttura.

Ci dedichiamo alla riflessione attorno al pane e al vino, gli elementi simbolici che esprimono più direttamente il dono di sé che il Signore Gesù ha fatto, e che "fa" la salvezza dell'uomo, che porta a compimento il nuovo modo di porsi (che abbiamo già definito "coniugale", da sposo) di Dio verso l'uomo; è il gesto del dono totale e incondizionato di sé all'uomo.

La liturgia eucaristica prende inizio con il cosiddetto "offertorio" o "presentazione dei doni".

Quando andiamo a messa, e anche quando abbiamo finito di ascoltare l'omelia e iniziamo a prenderli in mano noi sappiamo già che quel pane e quel vino, alla fine della celebrazione avranno un nome e un valore diverso, saranno "il corpo e il sangue del Signore". Ora però sono "pane e vino", nulla più, ma hanno un loro valore proprio per il fatto di essere portati all'altare. Già ora esprimono qualcosa acquistano un significato all'interno di un gesto rituale com'è la S. Messa.

Qual è questo significato?

Proviamo a seguire le parole che il prete dice mentre li presenta all'altare. ( v. sopra: "dalla liturgia" )

Il presidente dell'Assemblea liturgica "benedice" il Padre per quei doni. La benedizione per i frutti della terra è l'inizio "ebraico" di ogni lode. La benedizione di questo momento però diventa una lode che si eleva a Dio per essere colui che "ha donato" tutto e quindi mette noi nella possibilità di donare a nostra volta, se non tutto, almeno qualcosa di noi stessi.

È fondamentale che questo gesto sia accompagnato, normalmente, da un'offerta concreta, tangibile, quella che la Comunità Cristiana fa attraverso il segno dei beni materiali. L'insieme di questi due gesti vuole esprimere la necessità di unire la nostra personale offerta a quella di Gesù, perché il dialogo d'amore fra Dio e l'uomo sia completo. Il dono di sé passa attraverso il segno del dono delle cose, cose che sono prima donate da Dio e alle quali l'uomo risponde con riconoscenza e imitazione: dona, perché Dio ha donato.

È nell'intrecciarsi del dono di tutti e due: dono dell'uno all'altro e di tutti e due insieme "agli altri", che avviene compiutamente la "salvezza", ovvero quel capirsi fra Dio l'uomo, quell'intimità fra Dio e uomo che era l'intenzione di Dio quando creava l'universo e che è stato ciò che Gesù ha cercato di insegnare all'uomo in tutta la sua predicazione

 

Per i bambini

•  Il fine di questo momento sarebbe l'educazione dei bambini al dono di sé. Qui la sensibilità di un genitore fa più di tutti i consigli. Tuttavia sarebbe importante trovare dei linguaggi comuni, perché i bambini riconoscano come "dono di sé" quello che viene fatto, anche confrontandosi fra di loro.

•  Probabilmente sono già abituati a fare l'offerta in Chiesa con le loro mani. Ora sarebbe un buon momento per iniziare a far prelevare dai loro soldi ciò che si dona, superare cioè il momento in cui il genitore mette in mano del bambino l'offerta da mettere nel cestino.

•  Dono di sé poi diventa servizio. Sarebbe utile iniziare a motivare i piccoli servizi che si chiedono al bambino in casa come "imitazione di Gesù": "fa' questo per essere come Lui: capace di donarsi per il bene di tutti". Il tutto ovviamente dovrebbe essere la conseguenza di una riflessione attorno ai temi di cui abbiamo parlato in questo incontro e diventare stile abituale per tutta la vita.

 

 

La Messa: la consacrazione = il far memoria che rende contemporanei:

"il memoriale"

 

Dal Vangelo di Luca, capitolo 22
La cena pasquale

14 Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15 e disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16 poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17 E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e distribuitelo tra voi, 18 poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio».

19 Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: « Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me ». 20 Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi ».

 

Per noi.

Il culmine della celebrazione eucaristica è, lo sappiamo tutti, la consacrazione, quel momento che con una parola difficile viene chiamata anche "anamnesi", ovvero "memoria" di ciò che Gesù ha detto e fatto quella sera, memoria di quelle parole che fanno da testo di riferimento per questo incontro.

Probabilmente noi siamo abituati a vivere più intensamente quel momento, che colpisce per il fatto che (quasi) tutti si inginocchiano, per il silenzio che regna in Chiesa in quel momento. Si percepisce in modo fortissimo che lì sta accadendo qualcosa di enorme, di profondo.

Cosa?

Chiediamoci che valore ha il gesto di ripetere le parole di Gesù.

Quante volte nella ritualità civile, cioè nei momenti in cui si commemora qualcosa o qualcuno, si leggono testi, si fa un minuto di silenzio, ci si ferma a ricordare. Pensiamo alle commemorazioni dei caduti: una ritualità seria vorrebbe, ad esempio, che accanto al discorso del sindaco e alle bandiere ci fosse la lettura di qualche testo del tempo: una lettera dal fronte, un commento di qualche autore, e così via.

Quand'anche accadesse la cosa sarebbe sempre e solo un "far memoria", ovvero un ricordare ciò che è stato, magari per non ripeterlo più (nel caso della commemorazione dei caduti).

Quando invece si ricordano le parole di Gesù la Chiesa vive un momento di ben altra levatura, è il momento del "memoriale" (cioè non solo della "memoria").

Il memoriale, concetto che funziona propriamente solo in riferimento a Dio, e che solo per modo di dire si può applicare ad altri momenti, è quel "far memoria che rende contemporanei", che proietta colui che "fa memoria" nel luogo e nel tempo di cui "fa memoria". Potremmo dire, per usare un'immagine, che il memoriale è una "spirituale macchina del tempo" che rende attuale, qui ed ora, quella cena fatta da Gesù. Essendo un fatto accaduto per opera di Dio (Gesù) è un fatto di portata eterna, un fatto il cui significato e valore sta "fuori della storia", fuori dal tempo, e quindi è posto una volta per sempre, vero per noi oggi come lo era per gli apostoli in quel giovedì prima di Pasqua. Nel momento in cui noi diamo voce a Gesù che offre sé stesso lo rendiamo presente nel suo gesto d'amore infinito che storicamente ha posto in essere 1967 anni fa, ma che in realtà lui "pone" sempre, e che è il senso stesso della sua esistenza.

Andare a messa dunque non è solo andare alla commemorazione della cena di Gesù, lì dove si sente la predica del prete. È immergersi in quella serata, fare nostro il clima che Gesù ha creato quella serata, sentire rivolto a noi il gesto di Gesù che lava i piedi, vedere quell'uomo che ama al punto di donare tutto sé stesso al mondo, alla storia, ad ogni uomo, quindi anche a me, anche al bambino al quale io sto parlando.

 

Per i bambini

•  Si potrebbe scorrere insieme qualche album di fotografie, cercare di "far memoria" di momenti particolari della storia della famiglia attraverso quei ricordi che sono le immagini (una videocassetta fa lo stesso).

•  Sarebbe utilissimo fermarsi per "raccontare" qualcosa della storia di famiglia, magari concentrandosi sui momenti belli. Non credo sarebbe difficile dargli l'impressione di avere lì presente quel fatto (il bambino si lascia portare facilmente dalla fantasia).

•  Il passaggio successivo potrebbe essere quello di far costruire al bambino, il racconto della cena di Gesù: come se la immagina, come la rende presente, reale?

 

 

La Messa: Gesù è il pane = quel pane è Gesù

I Sacramenti della vita

  «Nel fondo del cassetto si nasconde un piccolo tesoro. Un medaglione con un piccolo mozzicone di sigaretta. Di paglia e di fumo giallognolo, come si una fumare nel sud del Brasile. [.] Questo insignificante mozzicone di sigaretta ha una storia unica. Parla al cuore. Possiede un valore evocativo di infinita nostalgia. Era l'11 Agosto 1965. Monaco, in Germania. [...] Il postino mi porta la prima lettera dalla patria: [...] "Caro Leo... Dio ha voluto da noi un tributo d'amore ..... ci ha chiesto il nostro caro papà [...]". Il giorno dopo, nella busta, scorsi un segno della vita di colui che ci aveva dato la vita: un mozzicone di sigaretta: l'ultima che aveva fumato poco prima dell'infarto che lo avrebbe stroncato [...]. Quel mozzicone di sigaretta [...] è un sacramento, è vivo e parla della vita. Il suo colore ce lo fa ancora apparire acceso nelle mani del papà, rammenta e fa presente la figura del padre che, adesso, è diventato il punto di riferimento per le scelte della famiglia intera.

Attraverso quel sacramento il padre è ancora vivo, visibilmente, nella sua famiglia. Anche questo è un sacramento.

 

Per noi.

Uno dei grandi capitoli della storia del pensiero cristiano è stato quello che è ruotato attorno all'eucaristia, cercando di capire cosa volesse dire, e in che senso lo dicesse Gesù quando affermava che questo "è" il suo corpo.

Si sono scomodate parole quasi impronunziabili: "transustanziazione" è quella che ha resistito all'urto del tempo fino a qualche decennio fa, e significa che il pane "cambia la sua natura e assume la natura di Cristo pur mantenendo inalterati tutti gli aspetti esteriori (detti "accidenti"): composizione chimica, aspetto, colore ,sapore, odore".

Il clima che girava attorno a questo capitolo era quello del miracolo, del prodigio di fronte al quale si restava stupiti ed estasiati (ecco perché ci si metteva i ginocchio), un prodigio incomprensibile, soprattutto per chi non riusciva a dominare nel modo giusto concetti come "natura" e "accidenti" (non è importante che vi soffermiate su questo dettaglio. proseguite pure sereni nella lettura).

Ora si cercano piste diverse per capire in che modo, in che senso il pane che esce da quel "memoriale" che è la celebrazione della Messa sia realmente "il corpo di Cristo", ovvero Cristo stesso   presente nella sua realtà più concreta.

Riflettendo un po' sui modi che abbiamo di comunicare fra uomini ci si è accorti che "i ricordi più cari" portano con sé un tale valore che realmente rendono presente la persona cui si riferiscono. Avere con sé l'anello dell'amato è avere con sé l'amato stesso; avere addosso ma maglietta che mi ha regalato. lei. mi fa stare bene, chiamare con il cellulare che mi ha regalato. lui. è come parlare con lui anche quando non c'è.

Si tratta di saper caricare di significato i simboli, le cose. È l'arte di cui sono maestri i poeti, l'arte per cui si vede, al di là delle cose e dentro le cose, la persona che queste cose rappresentano.

Nel caso dell'eucaristia si tratta di saper guardare il pane come una realtà che rivela l'animo di Gesù: quel suo essere il cibo di ogni giorno dice che Gesù è con noi sempre, quel suo essere frutto di un frumento macinato e impastato dice che lui si è lasciato triturare dalle nostre mani, quel suo essere bianco dice la sua purezza di cuore, quel suo essere mangiabile dice che lui vuole essere il nutrimento autentico e profondo della nostra vita, colui che ci dà la forza per vivere e andare avanti, e così via.

Non credo sia difficile dire, a questo punto, che quel pane "è" Gesù, è la sua presenza, è il modo più completo di mostrarsi. Se fosse presente qui con il suo corpo. non lo potremmo mangiare e quindi non sarebbe il nostro cibo, mentre attraverso la sua parola che viene letta nella messa lui può essere presente come nostro maestro anche se non lo è in carne ed ossa.

È evidente che la cosa funzione bene quando si parla di persone amate, verso le quali c'è un sentimento   buono. Funziona anche nel caso contrario, infatti i brutti ricordi sono capaci di agitare nella memoria fantasmi quasi incancellabili. Non è il caso di associare in questa sede ricordi negativi, potrebbe portare il bambino a pensare Gesù come una presenza quantomeno ambigua, non così sicuramente buona come invece deve essere presentata.

 

Per i bambini

•  Si potrebbe cercare nei propri ricordi qualcosa di particolarmente significativo, quel "qualcosa" che è davvero unico: un ricordo della mamma. del giorno in cui il bambino è nato. Si potrebbe riprendere il racconto, fatto la settimana scorsa, di quel giorno o di quella persona.

•  Da lì al far capire come il pane può essere la presenza di Gesù che si rivela come nostro cibo. non sarà difficile.

•  Acquista importanza decisiva, direi, far fare esperienza quotidiana e significativa del valore del pane, a partire dalla merendina che il bambino porta a scuola: sostituire la brioche con il panino può essere un gesto buono, oppure cambiare il tipo di pane in modo che in ogni caso il bambino sia colpito nella sua fantasia da questo cibo: essenziale e semplice, prezioso e gustoso.

 

La Messa: le conseguenze

Per noi.

Le conseguenze di un gesto di amore sono quanto di più necessario avvertiamo nei nostri rapporti. Già a partire dalla vita coniugale noi avvertiamo la necessità assoluta che ai gesti dell'amore poi corrispondano verità profonde della vita. In altre parole noi avvertiamo come sia fondamentale che colui che accetta i nostri gesti d'amore poi, in qualche modo, ricambi. Solo il bambino riceve, riceve, e riceve sempre da una "mamma che dona, dona, dona sempre" (per dirla col Gesù che parla a "Marcellino pane e vino"), la cosa però è un fenomeno unico, che normalmente all'interno della famiglia viene bilanciata da un padre che tende ad esigere sempre qualcosa dal figlio in cambio di tutto ciò che questo riceve.

L'eucaristia, finora, l'abbiamo vista come un gesto unilaterale di Gesù che dona sé stesso alla sua Chiesa con amore totale, fedele, ed inesauribile.

Ad uno sguardo poco attento questo tono, questo modo di porre la questione "eucaristia" potrebbe suggerire un certo disimpegno, un po' come dire "beh! Visto che tanto lui mi ama tanto vale che io intanto faccia quello che mi pare". Sarebbe il trionfo dell'insensibilità.

In realtà il dono di Gesù che noi celebriamo e rendiamo attuale in ogni Eucaristia, pur non perdendo nulla della sua gratuità, credo   debba mettere in moto un atteggiamento ben diverso: l'atteggiamento della "risposta amorosa all'amore"; un po' come dire: "ma se Dio in Gesù mi ha amato così. come posso io non rispondere con altrettanto amore?"

È perfino banale dire questo, però aprire questo capitolo spinge a porgere la domanda successiva: quella che suona più o meno così: "ma cosa devo fare per amare in modo accettabile un Signore che mi ama a quel modo?"

Credo che si possa rispondere a questa domanda cercando di ripassare alla mente i vari aspetti dell'eucaristia che abbiamo visto in tutti gli incontri precedenti. Ne vengono alcune virtù basilari::

•  l'umiltà del lasciarsi amare e scoprirsi amato oltre i propri meriti (diventa incapacità di giudicare e disprezzare il fratello, anzi disponibilità e desiderio di essere al servizio del fratello, generosità nel donare ai fratelli che hanno bisogno di beni, cura, attenzione, ecc.),

•  la fedeltà a quel banchetto che rappresenta la realizzazione in terra del grande banchetto del cielo (e qui ci starebbe una bella riflessione sul valore della fedeltà, tante volte sottovalutata in nome di uno spontaneismo per cui "vale ciò che mi viene di fare"),

•  la gioia autentica, motivata dall'assoluta superiorità dell'amore di Dio su tutte le altre cose che potrei avere nella vita capaci di generarmi tristezza (diventa ottimismo, fiducia, capacità di accettare anche le cose storte senza perdere la fiducia nel Signore),

•  la stima per la Comunità Cristiana vista con occhio contemplativo, e non solo umano (diventa un bisogno di stare nella comunità per condividere la stessa fede, la stessa preghiera, la stessa speranza),

•  la stima per chi coordina e presiede la Comunità Cristiana, non è un tirare acqua al mio mulino, ma un valorizzare la figura del prete in quanto tale come inviato dal Vescovo a dare dignità e autenticità a questa Comunità Cristiana in cui il ragazzo vive (diventa anche serietà nel valutare l'ipotesi vocazionale, chiedersi se per caso il Signore non chiami anche il proprio figlio, anche "me" per quel ministero fondamentale e preziosissimo che è la presidenza in quanto prete, di una Comunità Cristiana),

•  il desiderio e l'impegno a prestare qualche servizio nella Comunità Cristiana che si raduna o che vive (posto ce n'è per tutti: dal leggere al cantare, dall'animare i gruppi a prestare i servizi concreti solo apparentemente più umili, in realtà altrettanto preziosi: pulizie, gestione degli immobili, ecc.),

•  un modo intenso di vivere la Messa (che diventa scelta di un posto che favorisca l'attenzione e non la chiacchiera, puntualità nell'arrivare in Chiesa, concentrazione e partecipazione attiva alle preghiere, ecc.),

•  una conoscenza approfondita della storia, della persona di Gesù (diventa un parlarne anche in casa, come di un argomento importante al pari della scuola, del calcio, del lavoro ecc.),

•  un rispetto e un'attenzione per l'ambiente "Chiesa" (diventa un modo di entrare, saper riconoscere la presenza eucaristica nel tabernacolo e venerarla con signorilità e profondità - la tradizione ci ha consegnato il gesto della genuflessione. un gesto da compiere senza vergogna: " chi non si inginocchia davanti a Dio lo farà presto e sicuramente davanti a molti uomini, e per motivi molto meno nobili " diceva qualcuno).

 

Per i bambini

•  Credo che riflettendo sui singoli punti di cui sopra ci sia abbastanza da fare. È importante richiamare a certi valori piccoli ma enormi, il ragazzo tende a non vedere le conseguenze pratiche di un dono, tende a voler solo ricevere e consumare i doni che lui vede come "regali" a sé stanti, dovuti, e scontati.

•  È importante comunque far sempre leva sui motivi giusti: la generosità della risposta ad un Dio generoso, non il "dovere" verso un Dio esigente o magari inflessibile e giudice.

 

 
Percorsi sacramentali
Messa di Prima Comunione